1. La pietra Filosofale in Full Metal Alchemist
In Full Metal Alchemist, la pietra filosofale è la massima ambizione per un alchimista, in quanto si dice che essa conferisca la possibilità di effettuare trasmutazioni ignorando la legge dello scambio equivalente.
In realtà però, essa è tendenzialmente considerata una leggenda, e ben pochi alchimisti hanno avuto successo nel processo di creazione.
Svariati, invece, sono i casi di false o incomplete pietre filosofali; paradossalmente, il merito più importante in questo senso va alla popolazione di Ishibal, che si avvicinò alla forgia di una pietra filosofale durante la guerra in cui gli alchimisti di stato, servendosi di pietre incomplete, diedero il peggio di loro stessi.
Generalmente, la pietra filosofale si presenta come un rubino scuro dalla consistenza liqueforme, ma può essere anche racchiusa in contenitori e oggetti quando si trova allo stato liquido, dove presenta una elevata densità.

2. La pietra Filosofale nella storia
Come abbiamo visto, o vedremo, nella sezione dedicata a essa in termini più generali, l'alchimia medioevale non era solo una sorta di chimica, ma un vero e proprio cammino spiritituale verso la perfezione.
Sotto quest'ottica, ogni proprietà della pietra filosofale acquisisce un duplice ruolo, uno sul piano fisico e materiale, l'altro su quello esoterico.
Il termine "pietra filosofale" (latino: lapis philosophorum), secondo il linguaggio sacro, significa "pietra che porta il segno del sole", e secondo la tradizione (che l'anime di Full Metal Alchemist sembra rispettare) essa appare di colore rosso cremisi o rubino e può anche non trovarsi allo stato solido.
Per quanto numerose siano le leggende e gli scritti a noi pervenuti, le miracolose proprietà di cui la pietra filosofale sarebbe dotata possono essere ricondotte a tre punti principali:
- Fornire un elisir di lunga vita in grado di conferire l'immortalità e di dare la panacea universale per qualsiasi malattia;
- Far acquisire l'"onniscienza" ovvero la conoscenza assoluta del passato e del futuro, del bene e del male;
- Conferire la possibilità di trasmutare in oro i metalli vili (ossia tutti gli altri metalli).
Il primo punto (quello dell'eterna giovinezza) si crede abbia avuto origine in Cina, mentre l'ultimo (la trasmutazione dei metalli in oro) si deve all'alchimista arabo Jabir ibn Hayyan (latinizzato come "Geber"), nato intorno all'813 d.C.
Egli esaminò ciascuno dei quattro elementi aristotelici (fuoco, aria, acqua, terra) nei termini di altrettante proprietà di base: caldo, freddo, secco e umido. Nella sua ipotesi, quindi, il fuoco era caldo e secco, la terra fredda e secca, l'acqua fredda e umida, e l'aria calda e umida.
Teorizzò che ogni metallo fosse la risultante di una diversa combinazione di queste quattro proprietà e che quindi la trasmutazione di un metallo in un altro, consistesse nella loro ricombinazione.
Perché questo processo avvenisse, sarebbe dovuto essere mediato da uno speciale elisir, ottenuto proprio grazie alla cosiddetta pietra filosofale, che a sua volta doveva essere forgiata in uno speciale forno chiamato Athanor (approfondiremo nella sezione sull'alchimia).
Possiamo constatare in che modo la pietra assuma il duplice ruolo di cui parlavamo: l'oro era simbolo di purezza, di luce, di eternità, trasformare un metallo in oro tramite un elisir, equivale al rendere immortale un corpo mortale.
Il concetto di pietra filosofale non si esaurì certo nel medioevo. Nel periodo del Rinascimento ricordiamo Paracelso, un alchimista, medico e filosofo svizzero che teorizzo l'esistenza dell'alkahest, il quinto elemento da cui gli altri quattro avevano avuto origine e in grado di dissolvere qualsiasi sostanza. Secondo lui, quest'elemento era, di fatto, la pietra filosofale.
Nel 1600, in Francia, fu pubblicato un libro (Mutus Liber - Libro privo di parole) composto unicamente di illustrazioni mistiche, che parrebbe essere un manuale contenente le istruzioni per la creazione della pietra filosofale.
3. Interpretazioni moderne
Tra le molte interpretazioni moderne della pietra filosofale, segnaliamo quella di Samael Aun Weor (6 Marzo 1917 - 24 Dicembre 1977), che la paragona a molte "pietre" famose in ambiti religiosi, come la pietra sulla quale Giacobbe (durante la fuga da suo zio Labano ad Arran) poggia la propria testa per dormire e sogna Dio, oppure la pietra cubiforme della massoneria, o ancora la roccia su cui Cristo pone le basi del famoso tempio.
Guardando a questi esempi, Samael si rifà a un passo della prima epistola di Pietro, in cui egli afferma di aver posto una pietra a Gerusalemme (chiamata anche Zion), che mentre per i credenti sarebbe stata preziosa, per i laici o gli eretici, essa sarebbe diventata una condanna.
A un livello di astrazione più alto, Samael intende questa pietra, e quindi anche la pietra filosofale, come l'energia sessuale, che tramite l'orgasmo deve essere utilizzata per edificare, rafforzare il proprio spirito, e non solamente per trarne piacere.
Concludiamo questra breve trattazione, segnalando che l'energia sessuale di Samael, egli la configura anche in Yesod, una sephirot della Cabala; Yesod rappresenta il piano il piano dell'incoscio e delle pulsioni sessuali, le quali non devono essere finalizzate al piacere, ma controllate coscientemente per raggiungere una vetta spirituale superiore.
Nel Cristianesimo, questo discorso rientra nel concetto dello Spirito Santo, a cui i sacerdoti fanno affidamento.